Da musei paludati ad aree di cultura anche ricreative
- Roger Sesto
- 4 ore fa
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Oggi in Italia si possono visitare musei e luoghi di cultura perché affamati di sapere, ma anche, in seconda battuta, per saziarsi con piatti semplici o anche preparazioni gourmand. Sembra oggi glamour pasteggiare à côté delle opere d’arte, ma in realtà non è una novità assoluta in altri Paesi, quali la Francia.
Per capire come questa usanza sia diventata un trend, dobbiamo risalire al XVI secolo, quando, nei musei francesi, anglosassoni e mitteleuropei, il concetto di museo è passato dall’essere un santuario della cultura, tempio per pochi intellettuali, protetto sotto cupole ecclesiastiche o palazzi reali, a spazio di coinvolgimento aperto a tutti.
Con l’Ashmolean Museum di Oxford, i musei si sono aperti alla gastronomia

In quegli anni, i vertici politici si resero conto che i musei erano lo strumento perfetto per plasmare le idee e correggere i comportamenti sociali “devianti” in maniera indiretta e ricreativa. Ecco allora che, con l’apertura dell’Ashmolean Museum di Oxford (uno dei musei pubblici più antichi del mondo), si inaugura la stagione pubblica dei musei, grazie a una visione lungimirante degli inglesi. Nel 1800, mossi da un obiettivo nobile: educare i visitatori e attrarne numeri sempre maggiori, i dirigenti dei musei fecero delle profonde riflessioni, che condussero a prendere il pubblico per la gola. In breve, introdussero nei musei zone dedicate al ristoro, e la strategia si dimostrò vincente. Così, sempre più musei si affrettarono ad aprire la propria area dining. Un modus operandi efficace che, verso il 1900, portò i musei a diventare luoghi sempre più affollati, complici le proposte gastronomiche e la presenza di sale da tè. Sembra, insomma, che una parte della storia gastronomica del nostro secolo si stia affermando in questi spazi insospettabili. Di fatto, il concetto stesso di “viaggio” è cambiato: vigono le esperienze multisensoriali, tra paesaggi da sogno, tappe d’arte e, naturalmente, l’appagamento del senso più piacevole, quello del gusto, magari proprio a quel tavolo su cui si fantastica ormai da tempo dopo averlo visto online. È in questo contesto che i musei entrano in gioco, diventando tendenza ed esperienza, e destinazioni ideali per soddisfare ogni tipo di desiderio.
Dai bistrot alla cucina d’autore stellata, anche in Italia arrivano gli spazi ricreativi

Dai bistrot e caffetterie più informali, ma pur sempre chic e con cucina d’autore, perfino la Michelin ha iniziato a includere i musei più “appetitosi” tra le sue tappe. Un esempio? Il Caffè Bistrot di Andrea Aprea all’interno del Museo etrusco della Fondazione Rovati, accoppiato al Ristorante bi-stellato al piano superiore; o la caffetteria, e ristorante con giardino, Vòce Aimo e Nadia (dopo lo stellato Il Luogo) all’interno delle Gallerie d’Italia, guidata dagli chef Pisani e Negrini.

Ma come non ricordare Enrico Bartolini al Mudec di Milano, tristellato museale; Gucci Osteria a Firenze, nata in continuità con il Gucci Garden e arrivata alla stella Michelin sotto la guida di Massimo Bottura e degli executive chef Takahiko Kondo e Karime Lopez. Scendendo al Sud troviamo

invece, a Palermo, MEC Restaurant, una stella, capitanato da Carmelo Trentacosti e ibridato con un museo sulla storia dei computer all’interno di Palazzo Castrone. Un’altra stella si situa all’altro capo d’Italia, a Rovereto e all’interno del Mart: Senso, la mano è quella di Alfio Ghezzi. Alle

Gallerie d’Italia di Napoli, invece, si può godere dell’esperienza di Luminist, “spazio gastronomico” votato alla condivisione e fratellino del bi-stellato Kresios di Giuseppe Iannotti. Oltralpe,

l’esempio più celebre è quello di Alain Ducasse, del Bistrot Benoit au Louvre, situato sotto la celebre piramide, e fratello minore di Bistrot Benoit della Petite Venise e del Grand café d’Orléans (reggia di Versailles), del ristorante del Musée d’Orsay e del Café de L’Orangerie all’omonimo museo. Per chiudere con il Musée du Quai Branly e il ristorante Les Ombres.
L’Esposizione Universale di Londra (1851), è la portatrice della vera svolta
Per tornare brevemente alla storia della ristorazione museale, il suo vero boom cominciò con l’Esposizione Universale di Londra del 1851, quando il direttore del South Kensington Museum, Henry Cole, riassunse gli appunti presi durante i mesi dell’evento. Aveva capito una cosa dei suoi visitatori: oltre la mostra, apprezzavano un tè e un pasto caldo ad accompagnare. Da qui l’intuizione: questa evidenza doveva trasformarsi in una vera e propria esperienza culinaria da svolgere al museo. Grazie a questa idea, si disse, i londinesi sarebbero stati incoraggiati a passare il tempo al museo, godendosi tanto la cultura che un pasto e abbandonando così le sbronze ai gin palaces, i nonni degli odierni pub. I visitatori sarebbero arrivati a South Kensington in carrozza, un giro tra le mostre, cena a concludere. Fu il primo museo al mondo a offrire un’esperienza serale del genere. Le stanze interamente dedicate alla ristorazione, tre, furono inaugurate nel 1868. Si

chiamano Gamble, Poynter e Morris. Ognuna è il risultato di collaborazioni con designer, architetti e personalità note o emergenti, da cui le stanze prendono il nome. Ma quali sono i pro e i contro di questa scelta? Se da un lato i musei stanno riconquistando interesse e registrano un aumento dell’affluenza dei visitatori – perché i ristoranti che ospitano sono, di per sé, un motivo per visitarli –, dall’altro molti intellettuali si chiedono che tipo di pubblico si stia attirando. Forse medio, di massa, interessato solo a scattare una foto per mostrare che “c’erano anche loro”, favorendo così quella che il giornalista e storico dell’arte Cesare Biasini Selvaggi ha definito una “democrazia dell’ignoranza”. In altre parole, un target di visitatori non soliti bazzicare i musei, attratti dal marketing che ruota attorno alle mostre, non sempre in grado di apprezzare l’arte di per sé.




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