Il vino negli anni 90: una sfida a chi lo fa più potente
- Roger Sesto
- 3 giorni fa
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Il vino negli anni 90: il riferimento ai “vini rossi pesanti” degli anni Novanta evoca spesso una specifica fase della storia enologica italiana e internazionale, caratterizzata da stili di vinificazione molto diversi da quelli odierni. Che difficilmente oggi uno smaliziato wine lovers accetterebbe di consumarli. Ma ecco un quadro di cosa si intende generalmente con questa espressione
di Roger Sesto
Fu l’era degli estremismi enologici, della concentrazione, dei “legni” fuoriluogo
Negli anni ’90, influenzati anche e soprattutto dalle tendenze internazionali, a loro volta spesso legate ai punteggi dei critici americani, molti produttori – sia in Italia sia all’estero – iniziarono a puntare su vini molto concentrati, di colore scurissimo, densi e ricchi di estratto. Con un uso invasivo della barrique, senza nemmeno conoscerne a fondo gli effetti (positivi e negativi). Un impiego spregiudicato di questo complesso strumento di affinamento, utilizzando spesso legni nuovi e al ricorso di lunghe maturazioni, portava ad avere dei vini dai tipici sentori “legnosi” di vaniglia, cioccolato fondente, caffè tostato, e altri ancora, col risultato sovente di nascondere le caratteristiche dei vitigni e dei relativi terroir. Altra caratteristica di questa generazione di vini, era l’elevato calore alcolico (indotto anche da leggeri appassimenti in pianta), che rendeva il prodotto più “pesante” al palato, sciropposo. Il che, passata questa tendenza, ha portato a definire questi nettari “mangiaebevi” o “marmellatosi” o, ancora, “vini del falegname”, vista l’influenza barocca e a sproposito dei piccoli fusti.
Dalla supremazia delle tecniche enologiche al ritorno del concetto di terroir
Ossia tecnologie di cantina versus caratteristiche del territorio e vitigni. In quegli anni, le pratiche enologiche e l’uso intensivo del legno erano viste come sinonimo di modernità e qualità. Oggi, al contrario, la tendenza si è spostata verso la bevibilità, l’eleganza, il minor uso di legno e la valorizzazione delle caratteristiche viticole e varietali (meno “pesantezza”, più “freschezza”). Quello che negli anni ’90 era considerato un vino “di corpo” e prestigioso, oggi viene spesso percepito come stucchevole e troppo omologato. Sebbene ci siano stati eccellenti vini di lungo invecchiamento, come i grandi Barolo, Barbaresco o Brunello dell’annata 1990, ancora oggi molto ricercati, il termine “pesante” viene spesso usato per descrivere i vini meno equilibrati di quel periodo, prodotti in massa per compiacere il mercato estero. In sintesi, se si vogliono analizzare i vini di quegli anni, è fondamentale distinguere tra grandi bottiglie classiche da collezione, che hanno mantenuto valore ed equilibrio, e quelle figlie dello stile enologico di allora, oggi molto meno appetibili.
Importanti denominazioni sono state coinvolte nello stile anni ’90, salvo eccezioni

Sassicaia 1996, altro esempio di rifiuto dell’enologia anni ’90
Come detto, i vini “pesanti” o strutturati degli anni ’90 si caratterizzavano per alta alcolicità, intensi sentori di legno, corpo robusto e tannini decisi, spesso legati alla moda dei super tuscan e ai Barolo boys. Tra i più iconici figurano Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino, Amarone e i super tuscan, con l’eccezione di alcune grandi etichette, come Sassicaia e Solaia, veri e propri nettari di culto. Ma ecco le principali tipologie di vini stile anni ’90, che hanno però saputo rifuggire – almeno parzialmente – dalle mode enologiche di quel periodo. Barolo e Barbaresco 1990, 1996, 1997, tre annate eccezionali, hanno prodotto vini di grande longevità, con uso crescente di barrique per maggiore morbidezza, ma senza mai eccedere per evitare di “tradire” i rispettivi terroir. Si parla di etichette quali il Barbaresco Sorì San Lorenzo 1996 di Gaja, e il Barbaresco 1990 di Pio Cesare. Anche e soprattutto la Toscana partorì in quegli anni vini mangiaebevi, spesso a base di Cabernet e Sangiovese, affinati in legno nuovo; ma anche in questo caso si ebbero diverse eccezioni, come i già citati Sassicaia, Solaia, alcuni Brunello di Montalcino, dove la barrique prese meno piede, a favore dell’affermazione delle botti grandi. Invece i vini di Bolgheri assai spesso erano legati a legno ed esagerazioni enologiche. Così come l’Amarone, divenuto sempre più alcolico, strutturato, meno fresco di acidità ma relativamente ricco di zuccheri residui, rendendone la beva assai impegnativa.

Anni ’90, luci e ombre: miglioramenti enotecnici, regressioni agronomiche
In tutti i modi, uno sguardo critico sui vini anni ’90 / inizio anni 2000, non deve essere eccessivamente severo, ma nemmeno indulgente. Un periodo che ha visto l’intronizzazione della figura dell’“enologo star”, ancora lontano dal riconoscere all’agronomo le competenze utili a gestire un vigneto di qualità. Non era ancora passato il concetto (nonostante lo scandalo del metanolo risalisse al 1986) che il vino, per poter essere identitario ed equilibrato, deve partire dalla cura della vigna, e quindi dell’uva. Un decennio, insomma, immerso in un quadro chiaroscurale. Gli indubbi progressi produttivi, soprattutto sul piano enotecnico – al netto degli eccessi e delle tecniche più spregiudicate -, sono stati accompagnati da indubbi regressi sul piano agronomico e del cosiddetto affinamento post vinificazione: espianti di varietà locali considerate inutili, messa a dimora di vitigni internazionali in ogni plaga della penisola (e delle isole nazionali, maggiori e minori), importazione acritica di sesti di impianto nordici (otto, dieci, dodici, fino a quindicimila piante/ha), uso sconsiderato di legni invasivi persino al sud della Penisola, dove in genere i vini nascono già morbidi di per sé, senza bisogno delle barrique. Perciò occorre non essere ipercritici né indulgenti, come detto, e piuttosto condurre un’osservazione il più possibile obiettiva delle testimonianze di chi ha bevuto vini di quel periodo, per capire a fondo il fenomeno.
Alcuni vini del sud stanno ripercorrendo una strada ritenuta abbandonata

Oggi, parte del problema legato ai vini-marmellata della fine del secolo scorso, che pareva ormai sopito, si sta in parte riaffermando nei vini del sud della Penisola. Soprattutto parlando di Taurasi e Aglianico del Vulture, tra le due denominazioni meridionali che creano più aspettative, visto l’enorme potenziale dell’Aglianico. Tranne rare eccezioni, di cui naturalmente se ne sentirà parlare molto presto, molte etichette hanno subito una sorta di regressione ai roboanti anni Novanta. Evidenti e pesanti cenni di vaniglia, cacao, caffè tostato al naso sono accompagnati dal ritorno gustativo di queste note con appesantimento conseguente della beva, pertanto oltre ai classici tannini naturali del vitigno si aggiungono quelli verdi del legno. Davvero una brutta sorpresa, visto che praticamente nessuno rimpiange i tempi andati, quelli dei vini barocchi ma senz’anima. Detto ciò, una domanda sorge spontanea: perché questa inaspettata regressione stilistica?
Perché questa regressione di stile? In primis per ragioni legate alla crisi economica

Evidentemente il mercato richiede di nuovo questo tipo di vini. Per mercato va inteso l’estero, visto che in Italia bottiglie così non si vendono più e i sommelier nei ristoranti non si sognano di pronunciare il termine “barricato” nemmeno sotto tortura. Taurasi e Aglianico del Vulture vivono un momento molto complicato, e non da pochi anni, con vendite che latitano e aziende che in larga parte hanno mille difficoltà finanziarie. Davvero un peccato, dato il valore di queste denominazioni. Una crisi che mette a dura prova gli investimenti e quindi, ma questa per ora è solo un’ipotesi, anche le risorse da dedicare all’acquisti di legni di qualità. Botti e soprattutto barrique, sono state soggette a questa diminuita capacità delle relative cantine, non tanto in termini di quantità di acquisto, ma dal punto di vista della qualità dei fusti, scesa in modo evidente. Se questa intuizione fosse corretta, probabilmente i vignaioli hanno commesso un grave errore, perché risparmiare sul legno utilizzato per l’affinamento dei vini rischia di innescare un processo di regressione della qualità e un circolo vizioso che rischia di farsi perpetuo. Insomma, davvero un brutto passo indietro, che si spera sia solo momentaneo e non definitivo.





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