Vino da Messa: tra dogmi, incongruenze e scienza
- Roger Sesto
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Non v’è modo di provare che la transustanziazione sia un fenomeno autentico, anzi gli studi biologici, chimici e fisici, dimostrano che l’eucarestia (vino e ostia), non mutano con la consacrazione. Fino al 1880 solo vini rossi, poi anche le altre tipologie. Non è chiaro il motivo più profondo di questa apertura. Perché devono essere conservati in verticale? La tappatura in sughero, alla lettera, pare non dovrebbe essere concesse. Insomma, un ginepraio tra fede e razionalità
di Roger Sesto
Il vino della Messa è un elemento fondamentale nella liturgia eucaristica perché con le parole della consacrazione diventa il sangue di Cristo. Questo articolo ne esplora la storia, il significato e come viene selezionato. Nel corso dell’ultima Cena Gesù istituisce il sacramento dell’Eucaristia e, prendendo il calice, pronuncia queste parole: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati” (Mt 26,27-28).
Il nocciolo della questione ruota attorno al dogma della transustanziazione

Lo stesso gesto di Gesù viene ripetuto dal sacerdote sull’altare durante la Messa e, una volta che il sacerdote ha consacrato il vino, quel vino diventa il sangue di Cristo, quel sangue che egli ha versato sulla croce per la nostra salvezza. Questo fenomeno più precisamente si chiama transustanziazione, e indica la trasformazione di una sostanza in un’altra, cioè del vino nel sangue di Cristo, anche se permangono le caratteristiche sensibili del vino come colore, aroma, gusto, quantità. Ovviamente, a parte i dogmi della Chiesa Cattolica, non vi sono prove di questa singolare trasformazione, andando contro ogni principio scientifico. Non v’è modo di provare che la transustanziazione sia un fenomeno autentico, anzi gli studi biologici, chimici e fisici, dimostrano che l’eucarestia (vino e ostia), non mutano con la consacrazione. Ma d’altra parte, parlando di vini da Messa, dobbiamo supporre dogmaticamente la veridicità di questa trasformazione, come ipotesi accademica.
Il vino utilizzato deve essere naturale. Ma le norme canoniche non sono chiare

Per poter essere idoneo alla celebrazione eucaristica non può essere utilizzato un vino qualsiasi, anche se a Doc o a Docg, neppure il Vin Santo risulta a priori un vino da Messa. Perché? La ragione è la seguente: per produrre un nettare adatto alla sua consacrazione, dovranno essere rispettati i dettami prescritti dal Codice di diritto canonico. Questo documento, riprendendo quanto già affermato nel Concilio di Firenze del 1439, stabilisce espressamente, che il “vino deve essere naturale, del frutto della vite e non alterato”. Questi principi sono approfonditi nell’Istruzione Redemptionis Sacramentum del 2004, qui si specifica che: “Il vino utilizzato nella celebrazione del santo sacrificio eucaristico deve essere naturale, del frutto della vite, genuino, non alterato, né commisto a sostanze estranee. Nella stessa celebrazione della Messa va mescolata a esso una modica quantità di acqua. Con la massima cura si badi che il vino destinato all’Eucaristia sia conservato in perfetto stato e non diventi aceto. È assolutamente vietato usare del vino, sulla cui genuinità e provenienza ci sia dubbio: la Chiesa esige, infatti, certezza rispetto alle condizioni necessarie per la validità dei sacramenti. Non si ammetta, poi, nessun pretesto a favore di altre bevande di qualsiasi genere, che non costituiscono materia valida”.
Le tipologie ammesse? Svariate, ma rispettose delle regole. Il dubbio sui liquorosi
Non ci sono indicazioni particolari sul tipo di vino o sul suo colore. Se fino al 1880 si utilizzava esclusivamente il rosso, a simboleggiare il sangue di Cristo, oggi è più frequente trovare il bianco per motivi pratici. Per quanto riguarda la gradazione alcolica invece, trattandosi di un vino che vieta l’aggiunta di qualsiasi tipologia di conservante, è solitamente alta e per questo spesso i vini per la Messa sono spesso dei passiti. In verità si impiegano anche vini liquorosi, ma ciò parrebbe violare la regola che il vino da Messa non deve essere alterato, né commisto a sostanze estranee. Questa regola parrebbe impedire l’impiego di nettari fortificati. Ma tant’è. Si accetti anche questa curiosa contraddizione. Altre tipologie “gettonate” sono i vini dolci a bassa gradazione o mosti parzialmente fermentati, ancora più fragranti e leggeri. In questo ultimo caso è il consistente residuo zuccherino a ritardare l’ossidazione del vino, consentendone una prolungata longevità.
Sono ammessi solo vini da vitis vinifera o anche quelli di altre famiglie?

Per il processo di vinificazione si devono tenere in conto le tre caratteristiche contenute nel Codice di Diritto Canonico. Per cui il vino da Messa deve essere naturale: non deve esserci altro che uva, genuina e non contaminata da additivi che ne vanificherebbero la validità nel Sacramento. Anche qui ci si potrebbe domandare le ragioni di tali condizioni. E, ancora una volta, la ragione deve cedere il passo ai dogmi. Ma non è finita. Il punto di partenza deve essere il frutto della vite, pur se non viene specificato che debba trattarsi di vitis vinifera o che possa essere impiegato, per esempio, il frutto delle viti americane. Difatti si dice che l’uva non deve derivare da altre piante, ma solo dai grappoli prodotti dalla vite. Ma di famiglie della vite ne esistono a centinaia… Il vino – e qui la ragione è più comprensibile – deve essere in perfetto stato, non ci devono essere spunto o acescenza, né l’odore di tappo o di muffa.
Dopo esami periodici, la Curia rilascerà un certificato e apporrà il sigillo vescovile

Per garantire questa autenticità, il vino destinato alla messa viene sottoposto a esami periodici su campioni condotti da un vicario foraneo preposto al controllo, e solo qualora questi test diano esito positivo, la Curia rilascerà il certificato sul vino prodotto e apporrà il sigillo vescovile.Solo una volta che il prodotto avrà superato positivamente l’esame, potrà essere imbottigliato e utilizzato per le celebrazioni. Nella scelta del vino per la Messa vanno tenuti presenti la conformità alle norme della Chiesa e la qualità del prodotto. Quindi, il primo standard imprescindibile del vino destinato alla messa, è la sua “purezza”, concetto di difficile definizione; se per esempio subisce una correzione di acidità in cantina, è considerato puro o si è già oltrepassato i limiti? È evidente che il diritto canonico non collima con le regole della vitivinicoltura. Affinché il vino da Messa mantenga la sua qualità è importante la corretta conservazione delle bottiglie aperte. Vanno conservate in luogo fresco, a temperatura di 12-14°C, a un’umidità superiore all’85%, al buio, in piedi (perché in verticale e non in orizzontale, come insegna qualsiasi manuale concernente la conservazione ottimale del vino?), con tappature che non consentano l’ingresso dell’ossigeno, perché ossida il vino, denaturandolo. Quindi le chiusure con tappo in sughero non dovrebbe essere ammesse, visto che che queste ultime lasciano traspirare, sia pure leggermente e lentamente, l’ossigeno. Di nuovo, sorge una incertezza, non spiegata nei dettagli.
Il vino da Messa, nella pratica, come viene usato? Consacrazione e perplessità

Il vino è di fondamentale importanza nel rito sacro della Messa. Esso viene portato sull’altare al momento dell’offertorio, che dà il via alla liturgia eucaristica. Il sacerdote dice: “Benedetto sei tu Signore”. Il sacerdote unisce al vino poche gocce di acqua come “segno della nostra partecipazione alla vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. Questo momento rappresenta la nostra intima partecipazione a ciò che è stato il sacrifico di Gesù per la salvezza di tutti noi. Attraverso il nostro impegno e la nostra buona volontà Gesù ci dona in cambio nientemeno che sé stesso. Il momento culminante si ha durante la consacrazione, in cui si ricorda proprio l’ultima cena di Gesù. Qui il vino assume per i cattolici un ruolo unico, in quanto esso diventa il sangue di Cristo e il pane il corpo di Cristo, diventando una “bevanda di salvezza”. Il vino, fino alla seconda metà del XIX secolo, doveva per forza essere rosso, dal momento che doveva richiamare il sangue di Gesù. Dal 1880 in avanti, invece, i sacerdoti ebbero una libertà maggiore, e quindi iniziarono a scegliere se ricorrere al vino bianco o a quello rosso. Non di rado si predilige il vino bianco, sia in virtù della sua delicatezza, sia perché le gocce possono essere eliminate più facilmente dagli arredi sacri e dai paramenti. Al contrario, il vino rosso può lasciare le macchie: di conseguenza i tessuti con i quali entra in contatto si rovinano in modo irrimediabile. Anche in questo caso, una domanda sorge spontanea: a parte le questioni igienico-pratiche. Se il vino un tempo doveva essere rosso, come pare più logico, perché ci si è poi aperti anche al bianco. Se la consacrazione è un dogma, come lo è, possibile che l’uomo possa decidere di modificarlo a suo piacimento?
Alcune tra le cantine italiche che producono vino da Messa: una breve rassegna

Per esaurire l’argomento, è interessante citare alcune aziende italiane che producono vino da Messa. Un settore molto particolare dell’enologia tricolore. Tra esse spiccano il Convento dei Frati Francescani di Mezzolombardo in Trentino, l’Abbazia di Praglia, ai piedi dei Colli Euganei, l’Abbazia di Novacella in Alto Adige. Ma non solo. Vediamone alcuni esempi. Da Cocconato d’Asti (At) arrivano, con l’autorizzazione del Vicario Foraneo e timbro della Curia Vescovile di Casale Monferrato, il Malvaxia Sincerum, un passito da Malvasia Rossa di Schierano, dell’azienda vitivinicola Roberto Bava e l’Alleluja, vino liquoroso da Moscato di Canelli in purezza, di Casa Brina, anch’essa di Cocconato. Il Così Sia di Jermann di Farra d’Isonzo (Go), che nasce da un uvaggio di bianchi autoctoni del Friuli Venezia Giulia: Friulano, Malvasia Istriana, Ribolla Gialla allevati sulla “ponca”, il substrato roccioso caratteristico di questa zona geografica prevalentemente collinare originato da marne e arenarie appartenenti alla formazione flyschoide di età. Un vino semplice e schietto, che rispecchia i metodi di lavorazione delle generazioni passate e che subisce pochi trattamenti in cantina (fermentato senza aggiunta di solforosa, non filtrato…). Dall’azienda agricola Gardi Bertoni di Riolo Terme (Ra) proviene l’Abbas Abate Bianco, un Albana dolce di colore giallo paglierino tendente al dorato, profumo intenso e complesso, con sentori di frutta matura, sapore, caldo e armonico, buona struttura e persistenza.
Dal Sagrantino del Convento delle Monache Agostiniane al Marsala di Martinez

Al Convento delle Monache Agostiniane di Santa Chiara a Montefalco (PG) è legata la storia del Sagrantino, le cui uve sono citate nella Naturalis Historia di Plinio Il Vecchio. Creato nel Medioevo come vino da messa dai seguaci di San Francesco e raffigurato da Benozzo Gozzoli negli affreschi del Convento di San Francesco sempre a Montefalco, deve il suo recupero grazie alla cantina Arnaldo Caprai di Montefalco, che, in collaborazione con l’Università di Milano, ne ha salvato le barbatelle e ha curato Cobra, il vigneto è la più ricca banca dati al mondo. Parte del suo nome, Sacro, potrebbe derivare proprio dalle radici religiose, dal fatto che fosse un vino da messa o, più semplicemente, da sagrestia o sacrestia. La Cantina Martinez, fondata a Marsala nel 1866, negli anni ’60 ha introdotto i Vini per la Santa Messa cattolica, autorizzati dall’Ufficio Liturgico della Diocesi di Mazara del Vallo: Bianco Dolce (Catarratto, Grecanico, Grillo, Inzolia) e Secco (Catarratto, Grillo, Inzolia), Rosso Dolce (Nero d’Avola, Nerello Mascalese e piccole percentuali di altri vitigni autoctoni), Marsala Sicilia Liquoroso Bianco (Grillo, Cararratto, Inzolia) e Rosso. Sempre a Marsala, il vino bianco per la Santa Messa Pellegrino nasce nelle Cantine Pellegrino, fornitore ufficiale del Vaticano, che gode di una speciale autorizzazione della Curia Vescovile di Mazara del Vallo, che si rinnova anno dopo anno sin dai primi del Novecento.
La biodiversità alla base dei vini da Messa del Convento dei Carmelitani Scalzi
Il Convento dei Carmelitani Scalzi custodisce, nascosto tra i canali e le calli del sestiere di Cannaregio di Venezia, un affascinante Giardino Mistico, che dal 2015 è stato riaperto al pubblico, grazie anche all’operazione di restauro filologico condotta dal Consorzio Vini Venezia, con l’obiettivo di ripristinare la biodiversità lagunare partendo dalla riscoperta della viticoltura locale. Un appezzamento di cui un ettaro destinato a vigneto, dove dimorano 700 piante di vite di 21 varietà (Dorona, Trebbiano toscano, Vermentino, Albana, Tocai Friulano, Glera, Malvasia Istriana, Garganega, Verduzzo Trevigiano, Moscato Giallo, Raboso Veronese, Merlot, Uva di Gerusalemme o Nehelescol e alcune cultivar armene), riscoperte con l’aiuto delle Università di Padova e Milano, confluiscono insieme a quelli in arrivo dalle vigne di Torcello, sulla terraferma, restituendo due prestigiosi vini dalla spiccata nota minerale e in edizione limitata, che nell’etichetta rappresentano due dettagli della Chiesa dei Carmelitani Scalzi di Venezia: una statua del timpano e una parte del mosaico pavimentale. Si parla del Bianco Ad Mensam, strutturato, secco, concepito per la funzione ecclesiastica (costituito da un blend di ben 17 vitigni), alcuni dei quali unici, testimoni della biodiversità e universalità culturale della Serenissima, e il Rosso Prandium, ottenuto da 9 vitigni, strutturato e moderatamente tannico.




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